introduzione al tatuaggio consapevole

Un tatuaggio non è semplicemente inchiostro sotto la pelle. Il tatuaggio è una porta aperta su un panorama di idee, ricordi, sentimenti e tutto ciò che concerne la nostra esperienza di vita. Un tatuaggio è “voi”, ed è più “voi” di qualsiasi altra cosa, perché prima di voi non esisteva: è l’espressione di ciò che siete. Questo perché l’arte è l’estensione del sé, la duplicazione di un pensiero che è dentro di noi e al contempo è influenzato dal mondo che ci circonda. Tatuarsi equivale a fecondare la nostra pelle col seme di un’idea trasformata in immagine, ed è proprio il linguaggio dell’immagine a rendere il corpo un codice accessibile a pochi.

L’antropologia ci dice che tutte le culture hanno praticato, nel corso della loro storia, una qualche forma di modificazione corporea. Il primo essere umano tatuato di cui si abbia conoscenza appartiene all’Età del Rame ed è Ötzi (l’Uomo di Similaun): sulla sua mummia sono stati trovati 61 tatuaggi, praticati su punti del corpo che oggi ricondurremmo ai punti della medicina tradizionale cinese (e dell’agopuntura): si presume che linee e punti fossero stati disegnati al fine di alleviare dolori articolari, il che rende i tatuaggi del Similaun il primo esempio di tatuaggi impiegati a scopo terapeutico.

In Egitto, invece, il tatuaggio poteva avere una funzione spirituale: la mummia della sacerdotessa di Hathor, Amunet, presenta linee parallele su cosce e braccia e linee curve attorno alla zona pubica, oltre che a spirali e triangoli. Questa simbologia è probabilmente da ricondurre al suo ufficio sacerdotale ed è un esempio di come il corpo fosse considerato un veicolo per sperimentare ed esprimere la spiritualità. Molto interessante è poi il caso del tatuaggio all’altezza della gola, ovvero l’Occhio di Horus rappresentato tre volte come a costituire una piramide. Nella lingua egizia udjat ha il significato di “preservare” e non è un caso che questa parte del geroglifico sia stato posto sulla gola: essa sovrintende la comunicazione, la Parola, elemento essenziale nell’antico Egitto per rendere materiale ciò che è trascendentale. Tutte le preghiere, le formule magiche, gli inni, dovevano essere recitati ad alta voce, perché ciò faceva sì che il pensiero diventasse materia. Diventa quindi abbastanza ovvio che una sacerdotessa portasse un simbolo così potente e che lavora su più livelli (a parte la funzione protettiva dell’Occhio, il triangolo è la forma geometrica comunemente impiegata per dare direzione alla magia).

Un ultimo esempio che vede il tatuaggio impiegato sia per scopi terapeutici che magici lo troviamo nelle tombe di Pazyryk sui monti Altai (Siberia). Durante l’Età del Ferro le popolazioni nomadi utilizzavano il tatuaggio sia come terapia per alleviare i dolori dovuti dalle lunghe cavalcate, sia come strumento identificativo tra le tribù. Inoltre, per quanto concerne l’aspetto magico, dobbiamo considerare che una pratica della Preistoria era credere che attributi quali ad esempio denti o pelliccia avessero qualità magiche e che richiamassero la forza vitale dell’animale, proiettandola sul portatore: lo stesso quindi valeva per le immagini ed è per questo che i guerrieri usavano tatuarsi animali predatori o cavalli.

Un altro elemento significativo nella pratica della modificazione corporea antica è che non esistono reperti archeologici che ne indichino l’impiego sui bambini: queste pratiche erano legate a momenti precisi della vita degli individui, come ad esempio la pubertà. Il rito di passaggio rendeva uomini e donne capaci di assumere il proprio ruolo nella comunità, li identificava come maturi sessualmente e socialmente. Il simbolo iscritto nel tatuaggio li rendeva capaci di controllare il proprio destino. In Polinesia il rito del tatuaggio durava sette giorni, durante i quali il tatuatore – aiutato dagli assistenti addetti a preparare i pettini, l’inchiostro e stendere la pelle – forgiava un nuovo uomo attraverso il dolore (aldilà della pratica in sé, molto spesso il trattamento causava la febbre). Questo lungo rituale avveniva in una capanna separata dalle altre, nella quale tatuatore e assistenti venivano mantenuti dal padre del “cliente”; a tatuaggio completato veniva data una festa per presentare il nuovo membro della comunità.

Ancora oggi noi copriamo il corpo, lo buchiamo, lo marchiamo per indicare appartenenza ad un gruppo o alle sue idee o per sottolineare il passaggio attraverso una fase della nostra vita. A ben pensarci, anche la chirurgia plastica, lo yoga o la palestra sono tentativi di modificare il corpo insieme alla concezione di noi stessi. E questo bisogno è atavico sia per i motivi già analizzati che per una ragione ancora più semplice: la Natura è la prima a lasciare un marchio. Ciò vale per le malattie, le punture di insetti e i morsi degli animali, la gravidanza. La modificazione corporea affonda le sue radici nell’osservazione della natura, è passata dai pittogrammi sulle pareti delle grotte ed è arrivata agli split tongue ma è sempre stata la duplicazione del sé, l’estensione di ciò che siamo e di ciò che viviamo.

Quando ci si tatua, dunque, si affronta un’azione che si articola su più livelli: storico, come abbiamo visto; relazionale, in quanto permettiamo al tatuatore di varcare il nostro ultimo confine, la pelle ( a questo proposito il sociologo Alberto Abruzzese parla di “gesto di affermazione che comporta una resa, un affidamento, una via senza ritorno“) ed infine sanitario – oggi più che mai fondamentale: il tatuatore lavora in un ambiente regolato dalle leggi ed è sicuro per il nostro fisico che dovrà subire un’alterazione permanente.

Durante la seduta, infatti, l’ago crea una lesione alla cute che permette di depositare il pigmento tra l’epidermide e il derma. La lesione porta infiammazione e rigonfiamento della parte trattata, il che è normale, perché viene alterato lo stato naturale della nostra cute con l’introduzione di un corpo estraneo e questo attiva il sistema immunitario. Ciò che rende il tatuaggio permanente è il fatto che la maggior parte dell’inchiostro rimane nel derma e che le cellule del sistema immunitario ne inglobano le particelle senza riuscire ad eliminarle. Alla morte di queste cellule il pigmento passa in cellule più giovani, e così via.

Il mondo del tatuaggio si è ovviamente evoluto e trasformato nel corso dei secoli, passando da caratteristica esotica di indigeni e circensi, capriccio di reali e nobili, momenti in cui è stato considerato totalmente illegale e di esclusivo appannaggio dei gruppi criminali a fasi più recenti in cui ormai è sdoganato e accettato e – spesso, purtroppo – svenduto e vilipeso.

Sicuramente la diffusione del tatuaggio moderno in Occidente si deve a figure come quelle di

Normal Collins (Sailor Jerry): padre fondatore del tatuaggio tradizionale americano, che oltre ad aver mescolato il folklore americano alla tradizione giapponese, è stato anche il primo ad introdurre il concetto di sterilizzazione, legittimando il lavoro del tatuatore.

Mike Malone: protetto di Collins da cui comprerà lo studio, è uno degli artefici della diffusione del tradizionale nel mondo

Herbert Hoffman: “il più vecchio tatuatore al mondo”, tedesco, lavorava quando i tatuaggi erano proibiti e quando – ad esempio – tatuarsi le mani era ritenuto un atto di coraggio.

Ci sono innumerevoli eccellenze nell’ambito del tatuaggio (anche, moltissime italiane). Scegliere il proprio tatuatore non è mai una questione di numeri: dall’ambito sanitario alla qualità del lavoro su carta (e su pelle), ci si dovrebbe trovare in base ad una certa “empatia del segno” e la sensazione di sentirsi a proprio agio, in un certo senso al sicuro.

Fonti: John Rush, “Spiritual Tattoo”; Luisa Gnecchi Ruscone, interviste; Seminario a cura dell’università di Palermo “Iconologie del tatuaggio”; Tattoodo e riviste specializzate, editoriali.

Martina Licitra © tutti i diritti riservati

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